Dicono di lui

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Dicono di lui

 

 

 

 

In principio fu Johann Heinrich Füssli, pittore e letterato svizzero trasferitosi in Gran Bretagna dopo aver soggiornato brevemente anche in Italia, a favorire la genesi di un’arte romantica che ebbe a svilupparsi in Germania alla fine del diciottesimo secolo sulle ceneri dello Sturm und Drang, il movimento letterario di Goethe e Schiller, attivo fra il 1765 e il 1785, sorto in opposizione al razionalismo illuministico allora imperante.

Evidente appare dunque il debito che pittori quali William Blake, John Constable, Joseph Turner, in Inghilterra, e Caspar David Friedrich, in Germania, debbono a Füssli, autentico precursore in quella ricerca del sublime che appassionò altri artefici nel corso dell’Ottocento, fino a permeare le metafisiche visioni di Arnold Böcklin.

È parso necessario, nella sua sommarietà, un simile excursus storico, prima di addentrarsi nelle ragioni più intime della pittura di Roberto Ghezzi, giacché, nell’attualità, questo raffinato interprete risalta come uno degli ultimi continuatori di quella tradizione pittorica romantica volta a indagare i misteri ancestrali che sussistono nel rapporto tra l’uomo e la natura: un connubio denso di enigmi, ove collimano la bellezza apollinea e il senso, sempre incombente, di oscure calamità sul punto di accadere.

Non era stato forse Giorgione, agli albori del Cinquecento, a svelare, con la sua Tempesta, l’immanenza dell’assoluto nel mondo sensibile, la caduca presenza dell’uomo sulla terra? Così aveva inteso rappresentare, nella sua opera più nota, Caspar David Friedrich quel Viandante sul mare di nebbia, realizzando alla perfezione il concetto di sublime come lo aveva teorizzato, qualche decennio prima, il filosofo inglese Edmund Burke.

SubLimen – dal latino sub«sotto» e limen «soglia» è il titolo scelto da Ghezzi per ognuna delle opere che compongono questo suo suggestivo ciclo. Paesaggi sospesi nel sogno, pervasi da un’aura intrigante tenebre e chiarori profondamente evocativi , si susseguono al pari di algidi orizzonti marini, pelaghi ebbri di essenze imperscrutabili, spiriti invisibili. Spingersi ove le trame del creato si fanno più arcane e il crepuscolo, come l’aurora, è rito abitato dalla stasi e dal prodigio, significa, per Ghezzi, oltrepassare l’ermetico confine di un altrove rimasto ignoto per chissà quale incantesimo, assaporare umori che erano stati fecondi per i maestri romantici che egli continua a guardare come modelli prediletti.

C’è, nel complicato quanto metodico itinerario espressivo di questo giovane autore, un’attenzione alla pittura, intesa come impianto cromatico e non quale esito descrittivo, che invita a immaginare, in tal senso, ulteriori accadimenti, sulla scia dell’incessante sollecitazione data a Ghezzi da quella sua interiore urgenza di dipingere la natura nei suoi sibillini abbandoni, in tutti gli infiniti e reconditi segreti. Emblematica, così, diventa la meditata rarità di colori che occupano la sua tavolozza, a significare il valore dell’assenza quando essa è lievito di remote percezioni.

L’uomo, in tele che si annunciano quali mirabili sequenze spirituali fin dal loro stesso titolo, echeggia come allusivo fantasma svanito al cospetto di tanta bellezza e di un così olimpico silenzio; nel millenario legame con un universo che indovini fertile di trasalimenti emotivi, quasi fosse divenuto evanescente parte di un eden immaginifico, lo riscopri nella verità perduta dei sentimenti, davanti a vedute e scorci che sono, in realtà, autentici incanti mentali.

Scrive Goethe in un passo de Le affinità elettive: «Balzava nella barca e remava fino in mezzo al lago, poi tirava fuori un libro di viaggi, si lasciava cullare dal moto delle onde, leggeva e si sognava lontana». A pensarci bene, è proprio quanto accade, ai più sensibili, dinanzi ai quadri di Ghezzi.

 Prof. Giovanni Faccenda – Storico e Critico d’Arte

 

 

Ma l’integrità del soggetto rimane e la forza d’espressione non si attenua quando le ventate di colore sembrerebbero turbare i lineamenti e imprimere un andamento misterioso, surreale, a quegli aspetti della natura sottratti dal repertorio di una realtà sconfinata e leggendaria; a tutto vantaggio di una rinnovata forza plastica,e dello spazio che rompe le quinte e disegna l’infinito.In definitiva, ciò che concorre a valorizzare l’arte di R.Ghezzi è il riposo lirico, la gioia dei riflessi, il piacere di sentire un colore dentro l’altro che fanno dei suoi paesaggi l’espressione vera di uno stato d’animo.”

Prof. Nicola Caldarone – Critico d’arte

 

 

Roberto Ghezzi sposta il soggetto della rappresentazione in un altro luogo, oltre la tela, in una realtà parallela e per certi aspetti onirica, di cui l’immagine rappresentata è solo il tramite. Le figure femminili, di profilo, tre-quarti o di spalle, sono le protagoniste di una scena di cui lo spettatore può solo immaginarsi lo svolgimento: uno scorcio fuori dalla finestra, la luce aldilà di una tenda, un sorriso accennato, è tutto quello che si può percepire di una realtà “alternativa” che tende all’infinito.”

Dott. Simone Allegria, Università degli Studi di Siena

 

 

E, ancora, appaganti allo sguardo e ancor più alla mente, si presentano quei paesaggi affidati a respiri di poesia, ora soffusa ora lieve e a giochi di colore, nobilissimi nella loro costruzione certa, anche se un soffio di romanticismo li sfuma in sensibilità sottilissime; sono paesaggi appaganti in quella dissolvenza luminosa capace di riproporre il sospiro ungarettiano del “m’illumino d’immenso”

Prof. Nicola Caldarone – Critico d’Arte

 

 

“Nello spazio delle sue tele Roberto Ghezzi stende linee d’orizzonte che si allungano e si dissolvono in profondità,  dove gli elementi naturali – l’aria, l’acqua, il vento, le nuvole –  si compenetrano, trascolorando l’uno nell’altro. Un senso vitalistico, pertanto, circola nei suoi scorci animati dal volo libero di gabbiani, dal movimento lento e continuo del mare,  dal propagarsi della brezza, dal diffondersi della luce aurorale in alternanza a quella crepuscolare, dal  susseguirsi delle stagioni .

Ed è proprio in un contesto così fluido,  specchio dell’universale ed eterno mutare di tutte le cose che, infine, lo spirito trova il suo appagamento, avvertendo un clima di trascendenza,  un forte desiderio di infinito, un’aspirazione all’assoluto.”

Dott.ssa Daniela Meli, Storica dell’Arte Contemporanea

 

 

Giovanissimo e appartenente a quella elitaria avanguardia dell’arte contemporanea che sostiene la forza comunicativa dei mezzi espressivi tradizionali, Roberto Ghezzi si muove in equilibrio tra formalismo e lirismo, alla ricerca del punto d’incontro tra la purezza del segno e il corrispondente stato emotivo dell’essere.La tela e la pittura ad olio sono gli strumenti attraverso i quali l’interiorità e la forma mentis dell’artista trovano concretezza, palesandosi al riguardante.I paesaggi e le figure femminili sono escamotages formali, capaci di veicolare concepts introspettivi, emotivi e cerebrali. La logica spaziale, che sottende la costruzione a piani sovrapposti e coordinate imperniate a fulcri compositivi, struttura la soggettività della creazione, traducendola in un messaggio di portata universale.”

Dott.ssa Tiziana Tommei, Storica dell’Arte Contemporanea

 

 

Roberto Ghezzi consegna metaforicamente un pennello al suo osservatore e una enorme tela per dipingere le sue immagini; che non sono fatte di segni o disegni ma di sensazioni concrete, anche se solo evocate. Storie che trovano nella brevità la chiave di tutto: il concetto viene scolpito, associato ad un’immagine precisa che si cristallizza nell’aria solo un attimo, prima di passare alla sensazione successiva. Una forte, tangibile consapevolezza che ci da’ presto la sensazione di essere entrati in una dimensione differente. Le immagini sono delle istantanee, o meglio, dei cristalli sospesi in aria pronti a scomporsi contro luce e colore.”

Dott.ssa Matilde Puleo, critica d’arte

 

 

 

“L’immagine femminile si presenta spesso anche nei dipinti di Roberto Ghezzi, collocata al centro di profonde e sfumate visioni atmosferiche, viste di lato ma più spesso di spalle e dai lineamenti vaghi e indefiniti che ne accentuano il senso di religioso raccoglimento di fronte all’immensità dell’infinito.

Ma la sua vocazione poetica matura nella corsa all’essenziale e nella cancellazione progressiva del superfluo, fino al conseguimento di superfici pittoriche dal sottile equilibrio fra astrazione e figurazione che lasciano trasparire ulteriori spostamenti.

Così nelle sue ultime opere tende a scomparire la presenza umana,  mentre è ancora visibile una sottile linea di orizzonte che divide le varie gradazioni luministiche ottenute con toni grigi tendenti al chiaro-scuro, mentre il volteggiare misterioso di un gabbiano in lontananza suscita profonde impressioni di solitudine dell’uomo di fronte allo spettacolo di una natura più misteriosa che avversa”

 

Igino Materazzi, critico d’arte e collezionista

 

 

 

 

Siti che parlano di Roberto Ghezzi:

http://www.cerniere-ar.it/file-cerniere/page/interviste.asp?i=i&page=3

http://www.chimeraartearezzo.it/roberto_ghezzi.php

http://issuu.com/oltreriga/docs/agosto2011

http://www.galleria33.it/senza-categoria/roberto-ghezzi-paesaggi-interiori/

http://rielaborandoarte.altervista.org/?p=319

http://www.tuscanantiques.com/articoli.asp?idcat=123