subLimen , personale al Museo Matalon Milano 29 Maggio – 28 Giugno 2014

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subLimen , personale al Museo Matalon Milano  29 Maggio – 28 Giugno 2014

mostra fondazione Matalon

Dal 29 Maggio al 28 Giugno 2014

Personale di Roberto Ghezzi a  Milano , all’interno della prestigiosa sede del Museo  Fondazione “ Luciana Matalon”, Foro Buonaparte n. 67.

L’esposizione, curata dal Prof. Giovanni Faccenda, conterà circa  25 pezzi inediti .

 

 

 

 

In principio fu Johann Heinrich Füssli, pittore e letterato svizzero trasferitosi in Gran Bretagna dopo aver soggiornato brevemente anche in Italia, a favorire la genesi di un’arte romantica che ebbe a svilupparsi in Germania alla fine del diciottesimo secolo sulle ceneri dello Sturm und Drang, il movimento letterario di Goethe e Schiller, attivo fra il 1765 e il 1785, sorto in opposizione al razionalismo illuministico allora imperante.

Evidente appare dunque il debito che pittori quali William Blake, John Constable, Joseph Turner, in Inghilterra, e Caspar David Friedrich, in Germania, debbono a Füssli, autentico precursore in quella ricerca del sublime che appassionò altri artefici nel corso dell’Ottocento, fino a permeare le metafisiche visioni di Arnold Böcklin.

È parso necessario, nella sua sommarietà, un simile excursus storico, prima di addentrarsi nelle ragioni più intime della pittura di Roberto Ghezzi, giacché, nell’attualità, questo raffinato interprete risalta come uno degli ultimi continuatori di quella tradizione pittorica romantica volta a indagare i misteri ancestrali che sussistono nel rapporto tra l’uomo e la natura: un connubio denso di enigmi, ove collimano la bellezza apollinea e il senso, sempre incombente, di oscure calamità sul punto di accadere.

Non era stato forse Giorgione, agli albori del Cinquecento, a svelare, con la sua Tempesta, l’immanenza dell’assoluto nel mondo sensibile, la caduca presenza dell’uomo sulla terra? Così aveva inteso rappresentare, nella sua opera più nota, Caspar David Friedrich quel Viandante sul mare di nebbia, realizzando alla perfezione il concetto di sublime come lo aveva teorizzato, qualche decennio prima, il filosofo inglese Edmund Burke.

SubLimen – dal latino sub«sotto» e limen «soglia» – è il titolo scelto da Ghezzi per ognuna delle opere che compongono questo suo suggestivo ciclo. Paesaggi sospesi nel sogno, pervasi da un’aura intrigante – tenebre e chiarori profondamente evocativi –, si susseguono al pari di algidi orizzonti marini, pelaghi ebbri di essenze imperscrutabili, spiriti invisibili. Spingersi ove le trame del creato si fanno più arcane e il crepuscolo, come l’aurora, è rito abitato dalla stasi e dal prodigio, significa, per Ghezzi, oltrepassare l’ermetico confine di un altrove rimasto ignoto per chissà quale incantesimo, assaporare umori che erano stati fecondi per i maestri romantici che egli continua a guardare come modelli prediletti.

C’è, nel complicato quanto metodico itinerario espressivo di questo giovane autore, un’attenzione alla pittura, intesa come impianto cromatico e non quale esito descrittivo, che invita a immaginare, in tal senso, ulteriori accadimenti, sulla scia dell’incessante sollecitazione data a Ghezzi da quella sua interiore urgenza di dipingere la natura nei suoi sibillini abbandoni, in tutti gli infiniti e reconditi segreti. Emblematica, così, diventa la meditata rarità di colori che occupano la sua tavolozza, a significare il valore dell’assenza quando essa è lievito di remote percezioni.

L’uomo, in tele che si annunciano quali mirabili sequenze spirituali fin dal loro stesso titolo, echeggia come allusivo fantasma svanito al cospetto di tanta bellezza e di un così olimpico silenzio; nel millenario legame con un universo che indovini fertile di trasalimenti emotivi, quasi fosse divenuto evanescente parte di un eden immaginifico, lo riscopri nella verità perduta dei sentimenti, davanti a vedute e scorci che sono, in realtà, autentici incanti mentali.

Scrive Goethe in un passo de Le affinità elettive: «Balzava nella barca e remava fino in mezzo al lago, poi tirava fuori un libro di viaggi, si lasciava cullare dal moto delle onde, leggeva e si sognava lontana». A pensarci bene, è proprio quanto accade, ai più sensibili, dinanzi ai quadri di Ghezzi.

Prof. Giovanni Faccenda